Motivazione del Premio conferito a Han Kang

1a Il Premio Malaparte si propone per statuto, di premiare l’opera di uno scrittore straniero vivente, e di qualità superiore.

Per i lettori italiani l’opera di Han Kang, scrittrice sud coreana, consta finora di due romanzi, tradotti e pubblicati da Adelphi.

Il primo La vegetariana, del 2007, (tr. it. 2016), e il secondo, Atti umani, in libreria in questi giorni, del 2014 (tr. it. 2017).

Ebbene, questi due soli romanzi di Han Kang costituiscono un’opera – nel senso monumentale della parola – perché sono “incatenati” tra loro da uno stesso nucleo, inesauribile e ossessivo: la brutale violenza sui corpi.

In due forme diverse: la prima violenza è quella incorporata attraverso il cibo, la masticazione e la digestione di animali macellati, e il tentativo disperatissimo della “vegetariana” di espellere dal suo corpo questa perturbante intimità.

L’altra forma di violenza è detta in un resoconto, a più voci, di morti e di sopravvissuti a un cruentissimo colpo di Stato militare, nella Corea del Sud, nel 1980.

Il primo libro nasce dentro un sogno funesto, il secondo nasce da una strage feroce e terrorizzante.

Il filo purpureo che li unisce, come ho detto prima, è la violenza: metafisica, la prima; politica e storica, la seconda.

2a La seconda osservazione riguarda un incontro fortuito tra due mie letture: i due romanzi di Han Kang li ho letti contemporaneamente a due saggi sulla Grecia antica, di un’ellenista francese (Nicole Loraux). Dei due saggi mi limito a citare i titoli che mi hanno suggerito il legame possibile tra i due romanzi di Han Kang.

I titoli sono questi: La guerre dans la famille (La guerra all’interno della famiglia,1986), e La Cité divisée (La città lacerata,1997) e trattano delle temute e ripetute guerre intestine nelle città greche. La tesi – per l’antica Grecia – è che ogni guerra civile ha origine dentro la famiglia, e la pòlis, per contenere quel conflitto, è costretta a inventare una “familiarità” artificiale (come sarà la fraternité della Rivoluzione francese!) per sopravvivere, senza mai estirpare però la latente discordia familiare. D’altra parte la grande tragedia antica non racconta sempre, o quasi, sempre le lotte che dilaniavano le famiglie regali, e perciò esemplari?

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Vengo a La vegetariana. Ad apertura di libro una voce maschile racconta: «Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo giudicata del tutto insignificante», e prosegue con un suo autoritratto di uomo fisicamente e intellettualmente mediocre. Affinché il romanzo sfugga alla palude della mediocrità occorrerà allora un trauma, e sarà un sogno di lei a produrre l’inaudito.

È un sogno tenebroso: una foresta buia nel cui folto la donna scopre un granaio-mattatoio con enormi quarti di carne macellata appesa ai ganci, e sangue che gocciola e ruscella dappertutto; la donna vede nel sogno la propria faccia come un volto di sangue, e anche il corpo si tinge di sangue.

Qui ha origine la repulsione assoluta per la carne e il rivolgimento radicale della sua vita, ossessionata dalla macellazione universale.

Nel romanzo c’è un malinteso capitale: la sua famiglia ottusamente crede che la donna segua fanaticamente una dieta e sia banalmente una vegetariana; la famiglia “normalizza” lo straordinario, e incalza per guarirla, anche con i ceffoni del vecchio padre collerico. A dieta ostinata si infligge un’alimentazione forzata. Il malinteso, l’accecamento dei familiari è enorme: non si tratta di una dieta, o di un’ostinazione vegetariana; qui il romanzo fa un balzo nel mito e riserva una sorpresa metafisica.

Non è un caso clinico: è l’inizio di una metamorfosi della donna che vuole diventare fiori e poi albero; e niente la fermerà, se non la estenuazione del suo corpo.

Il rifiuto senza eccezioni di ogni cibo che provenga da un’uccisione può sembrare un’ascesi severa, o una riparazione per il massacro universale, ma il rifiuto è più estremo e singolare: è la necessità di passare dal regno umano e animale a un agognato regno vegetale; è letteralmente una sovversione ontologica.

Perché? per purgarsi da tutta la violenza incamerata: da quella del padre collerico a quella incorporata col cibo macellato e indigeribile, a quella che rumoreggia comunque nel suo corpo interno, in modo da spezzare il cielo infinito della brutalità.

La necessità che la donna ha di diventare fiori, dapprima, e poi albero, è raccontata in due luoghi magistrali del romanzo.

Il primo è l’episodio nel quale, febbrilmente, suo cognato – un artista solitario e sfiduciato – può dipingerle il corpo con grandi fiori colorati e lucenti, seguendo le forme del corpo di lei; in un’atmosfera di sensuale complicità tra due esclusi, nel grande atelier buio.

Il secondo è l’episodio della sua breve fuga dall’ospedale psichiatrico in cui è ricoverata, verso la fitta foresta che lo circonda.

Fugge per mettersi a testa in giù, in verticale, tra gli alberi giganteschi, nutrita dalla pioggia, con le mani affondate nella terra per radicarle, aspettando il sole per cominciare a crescere. «Non sono più un animale – dirà la donna alla sorella, verso la fine – ho solo bisogno del sole e dell’acqua». Ormai è entrata nel mondo della fotosintesi.

Prima di lasciare questo stupefacente romanzo che, con una lingua piana, appena increspata da un lirismo contenuto, e con un “secondo” testo criptico che talvolta affiora, e che racconta una peripezia singolare, degna di un Ovidio contemporaneo, vorrei segnalare la figura della sorella della donna. All’inizio è defilata e silenziosa, come conviene a una comparsa, poi si complica e cresce fino a diventare la seconda protagonista del romanzo.

Vi dirò solo che questo personaggio costruito come una figura della rinuncia, della rassegnazione, della pazienza, o della resistenza, e che ruota intorno alla perdita e all’autoumiliazione, infine riconosce in queste sue virtù un’accorta strategia della sopravvivenza di fronte alla violenza nei suoi due aspetti: quella nutrita dentro di sé e quella subita dal mondo esterno. La paura e il terrore sono le fondamenta di questi due romanzi.

Forse, la scrittrice dice, o almeno io credo, che è ora di pensare la paura come una delle passioni fondamentali dell’uomo (era una divinità infera per i Greci): una passione attiva che rimodella temperamenti e pensieri, e non è solo una condizione passiva o sottomessa.

L’attrazione della donna per la metamorfosi (uscire per sempre dal cerchio della violenza, come in una trasfigurazione), non lascia indenne la sorella. Mentre la donna-che-voleva-essere-albero agonizza (appassisce, dovrei dire) in un’ambulanza, lo sguardo di questa sorella che le è accanto è «cupo e insistente»; e forse in quello sguardo si annuncia una nuova resistenza: resistere ai sogni che arrivano sempre e scardinano la vita incatenandola a una visione.

Atti umani (2014)

Con Atti umani in scena è la città lacerata; la guerra intestina si manifesta ora nel corpo stesso della nazione; il libro riporta alla luce un cruentissimo colpo di Stato, militare, del 1980, nella Corea del Sud. Massacro ferocissimo e sepolto nell’oblìo.

Il libro è formato da sei capitoli e un epilogo; sono sei voci diverse, tre maschili e quattro femminili che raccontano lo stesso terribile avvenimento, e un coro: la popolazione della città in rivolta, che, come una marea, dilaga e si ritira secondo le mosse dell’esercito sterminatore.

Il personaggio principale, e il più eloquente, è il corpo; il corpo morto, con le sue ferite, lacerazioni, sventramenti e putrefazioni, (c’è molto olfatto in questi capitoli), e il corpo vivo, con i muscoli sfiniti, il sudore, i brividi, i tremori e gli umori; i segni delle torture «feroci e umilianti, volevano inculcarci l’idea», dice un sopravvissuto, «che eravamo stati anche ridicoli».

Il secondo capitolo, ad esempio letterariamente audace, fa parlare l’anima di un ragazzo ucciso, mentre contempla il corpo che ha appena abbandonato. È un’anima ancóra memore della vita, è ansiosa, impaurita, cerca la sorella e l’amico uccisi.

Quando il suo corpo viene bruciato dai soldati in un rogo, l’anima, abolita la carnalità, si sente più libera, ma scopre di non poter più muoversi. Perché? Io non so dirlo; ma questa è una di quelle interruzioni enigmatiche che punteggiano i libri di Han Kang.

Vorrei anche dire che se l’effetto patetico nasce da una scrittura che circuisce il lettore e ne sollecita la commozione e le lacrime, la prosa di Han Kang è lontana da quell’effetto, leggendola non si piange mai, piuttosto si rabbrividisce e si impara. La voluttà lacrimale non è concessa.

Nel terzo capitolo, cinque anni dopo il colpo di Stato, a parlare è la redattrice di una Casa editrice.

Nel suo racconto si alternano sette violentissimi schiaffi subìti durante un interrogatorio, e sette giorni necessari per cancellarli dalla mente. Ma il sesto giorno la guancia, livida e gonfia, è guarita e il settimo schiaffo – non rielaborato – resta impresso nella memoria; guarire non coincide con rimuovere.

Nello stesso capitolo c’è un episodio diverso e analogo al precedente. Un copione teatrale in cui si parla del grande lutto collettivo patito e dell’impossibilità di celebrarlo, è in corso di pubblicazione presso la Casa editrice dove lavora la voce narrante, e le bozze ritornano dagli uffici della censura sfregiate da grossi freghi neri: un lutto che aggrava un lutto. L’autore del copione lo mette in scena ugualmente, con una variante: il recitare muto; «un’attrice comincia a parlare. O così sembra. In realtà non si può dire che dica alcunché. Le sue labbra si muovono, ma non ne esce alcun suono»; le battute del testo censurate vengono articolate ma non dette, e la mancanza di sonoro non le annulla ma le incide nella memoria.

Di nuovo c’è un oblìo, imposto questa volta, e un’astuzia dell’intelligenza per non far dimenticare.

In un altro capitolo un prigioniero racconta una tortura subìta, metodica e quotidiana, che gli distrugge due dita con una violenza distaccata e burocratica; e il prigioniero, raccontando, formula il cogito della nuda vita: patior ergo sum, soffro, dunque esisto; e questo sembra essere un leit-motiv anche del grande cinema sud-coreano degli ultimi anni.

Mi fermo qui con gli esempi tratti da questo romanzo, e concludo dicendo che:

1)il libro testimonia ancora una volta come il XX secolo sia stato un secolo breve e stragista, e che la sua eredità sia stata raccolta dal XXI secolo. Con in più un’arte perfezionata della dimenticanza.

2)la letteratura può sottrarsi, di tanto in tanto, al compito di delectáre, parola latina che potrei tradurre con il fiacco termine di entertainment, e che, nientemeno, può riprendere l’altro suo compito – il meno attuale – del docére, cioè dell’insegnare, verbo esso stesso desueto, essendo stato spodestato dal verbo informare/comunicare.

Insegnare, in letteratura, almeno io credo, significa rappresentare mimeticamente la realtà (e si badi che “mimeticamente” comprende molte e diverse forme dell’imitazione, come mostrò Auerbach nel suo magnifico libro Mimésis); poi orientare la rappresentazione in una direzione, fornirle cioè un significato (il lettore poi vedrà cosa farne); e infine, per l’autore, implicarsi apertamente in ciò che ha rappresentato, e prendere posizione con l’intelletto e con l’affetto, o, se preferite, con la ragione e con il cuore, e, come sapete, ciascuno dei due conosce cose che l’altro ignora.

Questo ha fatto Hang Kang, magistralmente, in questo libro, e lo ha raccontato con precisione, nell’Epilogo intitolato “La scrittrice”; qui parlando dei sogni che di notte la tormentano mentre lavora al romanzo, scrive : «se voglio scrivere un libro su tutto questo, quale modo migliore che viverlo davvero, in prima persona?».

Sembra di sentir parlare una Sibilla dell’antichità che soggiace alla prova dell’incubatio per poter profetare sul futuro; qui, per saper risuscitare un passato prossimo.

Capri, Certosa di san Giacomo

domenica 1 ottobre 2017

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